lunedì 11 febbraio 2013

TILMUN: La Terra delle navicelle a razzo

Tratto da "Le Astronavi Del Sinai" di Zecharia Sitchin
Le avventure di Gilgamesh nella sua ricerca dell'immortalità sono certamente alla base delle numerose storie e leggende che formatesi nel corso dei millenni, hanno come protagonisti re ed eroi partiti anch'essi alla ricerca dell'eterna giovinezza. Come tramandano i racconti mitologici, in qualche regione della Terra doveva esservi un luogo dove l'uomo poteva raggiungere gli dèi ed evitare l'offesa della morte. Quasi 5.000 anni fa, Gilgamesh di Uruk si era rivolto a Utu (Shamash):
"Nella mia città gli uomini muoiono; il mio cuore è rattristato. L'uomo muore, il mio cuore è pieno di angoscia...
Anche l'uomo più alto non può raggiungere il Cielo... O Utu,
Voglio raggiungere quella terra; vieni in mio aiuto...
Nel luogo in cui gli Shem sono stati innalzati, Lascia che anch'io innalzi il mio Shemì". Come abbiamo visto, lo Shem, anche se in genere il termine viene tradotto con "fama" (grazie alla quale si è ricordati), non era altro che una navicella a razzo: Enoch sparì nel nulla sulla sua "fama" quando fu trasportato verso il Cielo. Cinquecento anni dopo Gilgamesh, in Egitto, il re Teti rivolse un'implorazione molto simile:
"Gli uomini muoiono,
Non hanno alcuna Fama.
(O dio),
Prendi il re Teti,
Conduci il re Teti in cielo,
che il re Teti non muoia sulla Terra fra gli uomini."
La meta di Gilgamesh era Tilmun, il luogo in cui erano state costruite le navicelle spaziali. Chiedersi dove egli si diresse per cercane Tilmun è come chiedersi dove andò Alessandro, che si credeva un faraone e figlio di un dio. E cioè significa domandarsi: in quale punto della Terra si trovava il Duatì.
È certo, infatti, che tutte queste destinazioni non erano, in realtà, che un unico luogo.E la regione nella quale essi speravano di trovare la Scala che porta al Cielo era in realtà la penisola del Sinai, come dimostreremo una volta per tutte.
Alcuni studiosi ritengono che il Libro dei Morti contenga pre cisi riferimenti alla effettiva geografia dell'Egitto, e che quindi l'immaginario viaggio del faraone si compisse lungo il Nilo, dai templi dell'Alto Egitto a quelli del Basso Egitto. I testi antichi, però, parlano chiaramente di un viaggio oltre i confini dell'Egitto: il faraone si dirige verso est, non verso nord; e quando attraversa
il Lago delle Canne e il deserto che si trova al di là di esso, egli si lascia dietro non soltanto l'Egitto, ma anche tutta l'Africa: grande rilievo, infatti, viene dato ai pericoli - reali e di tipo "politico" - che si potevano incontrare passando dalle regioni di Horus alle "Terre di Seth", in Asia.  Quando i faraoni del Regno Antico fecero scrivere i Testi delle Piramidi, la capitale egizia era Menfi, mentre il centro religioso era Eliopoli, poco a nord-est di Menfi. Da queste due città una strada in direzione est portava a una serie di laghi ricchi di canne e di giunchi. Più in là erano il deserto, il passo, e la penisola del Sinai: nei cieli che sovrastavano questa regione si era svolto lo scontro finale tra Horus e Seth, tra Zeus e Tifone.
È possibile che il viaggio del faraone verso l'oltretomba lo avesse in realtà portato fino alla penisola del Sinai; questa ipotesi ,è confermata dal fatto che Alessandro non solo aveva imitato i faraoni, ma aveva anche volutamente compiuto lo stesso percorso degli Israeliti quando fuggirono dall'Egitto guidati da Mosè.
Come nel racconto biblico, il luogo di partenza era l'Egitto. Da qui si arrivava poi al "Mar Rosso" - la barriera di acqua che si aprì perché gli Israeliti potessero attraversarlo. Anche nelle storie di Alessandro si incontra una barriera d'acqua, ed essa viene sempre chiamata Mar Rosso. Come nel racconto dell'Esodo, anche Alessandro cercò di far attraversare il fiume a piedi dal suo esercito: in una versione si racconta che egli fece costruire una strada rialzata;
in un'altra, invece, egli si sarebbe affidato solo alle sue preghiere In ogni caso, anche se le versioni riportano conclusioni differenti i soldati nemici furono sommersi dall'impeto delle acque - propno come gli Egizi che inseguivano gli Israeliti. Questi ultimi, nella loro fuga, si imbatterono in un popolo nemico, gli Amaleciti e lo vinsero; anche in una versione cristiana delle storie di Alessandro i nemici annientati «raccogliendo le acque del Mar Rosso e rovesciandole su di loro» erano chiamati «gli Amaleciti».
Una volta attraversate le acque - la traduzione letterale del termine biblico Yam Suff è "Mare/Lago delle Canne" - cominciava il viaggio attraverso il deserto, verso una montagna sacra Non a caso, il punto estremo, la montagna raggiunta da Alessandro, si chiamava Mishas - la montagna di Mosè, che in ebraico si dice Moshe. Là Mosè incontrò un angelo che gli parlò tra le fiamme (il roveto ardente); un evento simile si ritrova anche nelle storie di Alessandro.Questi paralleli si moltiplicano se prendiamo in esame il racconto di Mosè e del pesce contenuto nel Corano. Nella parte del Corano dedicata a Mosè il luogo in cui si trovano le Acque della Vita era «la confluenza di due fiumi». Proprio nel punto in cui il fiume di Osiride si divideva in due affluenti il faraone trovava l'accesso al regno sotterraneo. Anche nelle storie di Alessandro il luogo cruciale si trovava alla confluienza di due correnti sottenanee:
lì la «pietra di Adamo» si illuminò e degli esseri divini raccomandarono ad Alessandro di ritornare indietro. C'è poi una tradizione, raccolta anche dal Corano, secondo cui Alessandro era chiamato "Quello dei due corni" e identificato con Mosè - il richiamo è al passo biblico in cui, dopo che Mosè ebbe parlato con il Signore sul monte Sinai, il suo voltosi era fatto raggiante e aveva emesso dei "corni" (letteralmente, raggi) di luce.

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